#Pallavolo – Cento anni fa, grazie agli americani, Ravenna scoprì il nostro sport…
(Gian Luca Pasini per iVolleymagazine.it) “Ravenna è un posto speciale per me e per tante altre persone del volley come me. A volte mi chiedo se quello che ho avuto è di più di quello che ho dato a questa città. Quello che so è che mi ha dato e mi da tanto”, Manuela Benelli è stata qualcosa di più di una bandiera per l’Olimpia Teodora, per le sue mani sono passati tutti i trofei dell’incredibile cavalcata giallorossa, anche quando i denari dei Ferruzzi non erano poi tanti. “Credo che qui ci fosse qualcosa in più, non sempre eravamo i più forti, ma riuscivamo a imporci. Basterebbe ricordare il successo del nella prima Coppa dei Campioni di Salonicco, nel febbraio del 1988. Qualche mese dopo quella vittoria di Ravenna, 5/6 della squadra che non avevamo battuto Urallochka, con la maglia dell’Urss vinceva l’Olimpiade di Seul…”.
Manù Benelli è una delle ospiti che “lanciano” una serie di festeggiamenti per il primo secolo di volley nel nostro Paese. Tutte le favole iniziano con un c’era un volta. Questo c’era una volta era su un treno militare che dalla Francia arrivava in Italia. L’obiettivo del treno era quello di aiutare l’Italia a vincere la prima Guerra Mondiale, non a caso era carico di materiale bellico a stelle e strisce da mandare nell’Alto Adriatico, a Porto Corsini, dove esisteva una base per Idrovolanti. All’alba di quel 24 luglio 1918 giunse a Porto Corsini che nelle ore successive divenne la U.S. Naval Air Station, la prima ed unica unità operativa dell’Aviazione della Marina statunitense in Italia in quel conflitto. Oltre a bombe e cannoni per la difesa (Pola, avamposto Austro-Ungarico è distante appena 60 miglia nautiche, pochissimo anche per gli aeroplani di allora.
Gli americani portavano con loro anche palloni e reti da pallavolo. Da molti anni i militari americani si “svagavano” fra una battaglia e l’altra con questo nuovo sport che era stato inventato da nel 1895 grazie all’organizzazione dell’Y.M.C.A, nel cui college Holyoke del Massachusetts un docente di educazione fisica, William Morgan, espose le caratteristiche del gioco, appunto il volley (anche se alla nascita era Mintonette), che aveva appena ideato.

Senza distinzioni di sesso. “Anche io ero fra quelle che aspettavano – aggiunge Mirella Cardona, già punta di diamante della Ruentes Ravenna, azzurra prima di vincere due scudetti con la Minelli Modena, da “fuggiasca” – e cercavo un posto per giocare. All’epoca non era comune che una ragazza facesse sport, anzi era vero esattamente l’opposto. Era raro e difficile, ma per fortuna con il fatto che si frequentava il ricreatorio dei preti i miei genitori, che erano del Sud non avevano che lamentarsi e mi lasciavano andare a giocare volentieri. Ma il problema stava da un’altra parte. L’accordo con il parroco lo avevamo trovato solo grazie a una gonna, alcune di noi la tenevano ben sotto il ginocchio, oltre a una sorta di calzoncini lunghi che dovevamo indossare sotto la gonna stessa, perché non si vedesse nulla quando si saltava. Senza quell’abbigliamento che adesso farebbe ridere, non c’era verso di giocare. A volte quell’abbigliamento era insopportabile. Tanto è vero che una volta, a Modena, mi tirai via la gonna… Ma per fortuna là il parroco non c’era”. E proprio in quegli anni nascevano le sfide che poi sono arrivate fino ai giorni nostra. L’Emilia Romagna era la regione guida della pallavolo italiana, come testimonia anche il palmares e l’albo d’oro. “C’era, invece, una grande rivalità con Modena e Parma – aggiunge Roberto Tazzari, un altro ex giovane di quella Robur – le altre piazze che era in auge. La rivalità era molto sentita perché in squadra eravamo tutti della stessa città”.
Una città appoggiata all’Adriatico che grazie ai militari americani aveva scoperto la pallavolo…

