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Storie

Pallavolo Storie&Personaggi – Ljubomir Travica: il “Nonno” del volley

L’intervista a Ljubomir Travica realizzata da Jakub Radomski per siatkarskieligi.pl è un viaggio emozionante attraverso i decenni d’oro della pallavolo jugoslava e serba, raccontata da un uomo che ha saputo sfidare le leggi del tempo con la qualità e la grinta di un combattente.

Il racconto parte da lontano, dalle sue radici nella Jugoslavia degli anni ’70 e ’80, un’epoca in cui la scuola di pallavolo balcanica stava iniziando a dominare il mondo grazie a una miscela di tecnica sopraffina e carattere indomabile. Travica inizia tardi a giocare a pallavolo, a 19 anni, dopo aver praticato varie discipline, soprattutto il basket. Due anni dopo il primo allenamento, viene convocato nella Nazionale senior, per diventare poi uno dei pilastri di quella generazione, un giocatore capace di unire forza fisica e una visione di gioco fuori dal comune. Nella stagione 1983/84 l’approdo in Italia, a Modena, per poi arrivare al Di.Po. Vimercate (1984/85), al Petrarca Padova (1985/86 – 1988/89), alla Gividì Milano (1989/90) dove ha chiuso la carriera di giocatore. Avevo 37 anni quando ho concluso la mia carriera agonistica. Giocavo per la Gividi Milano, ero il più anziano della squadra. Mi chiamavano “nonno” ma, onestamente, mi sentivo al meglio. Oggi sarebbe stato normale. Il finlandese Mikko Esko gioca ancora, anche se ha 47 anni. La decisione di porre fine alla mia carriera è stata molto difficile. Pensavo di poter ancora dare un contributo importante a diverse squadre, ma allo stesso tempo sentivo una certa pressione da parte dell’ambiente circostante. Ho deciso di diventare allenatore.”

Il passaggio dalla carriera di giocatore a quella di allenatore è avvenuto in modo naturale, quasi inevitabile per un uomo che viveva il campo come una scacchiera. Partendo dalla stagione 1991/92 con la Effedì Valdagno, Ljubo ha allenato in Italia per 15 stagioni, non tutte consecutive, guidando alcune delle squadre delle piazze più importanti, e anche, dal 2003 al 2006, la Nazionale della Serbia Montenegro, con la quale ha conquistato la medaglia d’argento alla World League del 2005 e la medaglia di bronzo ai Campionati Europei 2005 di Roma. Con una costante: la sua filosofia di gestione del gruppo si basa sull’onestà e sulla chiarezza. Sottolineo ai giocatori che, come gruppo, devono sapere cosa passa per la testa di tutti, anche se non è facile. Senza questo, è difficile costruire qualcosa di duraturo.”

Proprio in Italia è cresciuto suo figlio, Dragan Travica, che avrebbe poi seguito le orme paterne diventando uno dei palleggiatori più forti della sua generazione e capitano della nazionale azzurra.  Nonostante il peso di un cognome così importante, Ljubomir ha sempre cercato di lasciare a Dragan lo spazio per costruire la propria identità. Era attratto dal basket. Era attratto da vari sport. Quando compì 12 anni, andò a un camp di pallavolo di due settimane. Quando tornò a casa, chiese a me e a mia moglie: “Posso giocare seriamente sia a calcio che a pallavolo?”. Gli dicemmo con fermezza che doveva scegliere. Aveva bisogno di tempo per prendere quella decisione. Penso che abbia fatto la scelta giusta, anche se l’allenatore di calcio non è stato contento della sua decisione. Passò poco tempo e a quanto pare si sparse la voce che qui c’era un pallavolista talentuoso, perché la Sisley Treviso chiamò. Volevano davvero Dragan, e così fecero. Aveva 13 anni quando cambiò scuola, si trasferì a Treviso e iniziò a giocare per quel grande Club. Quando Dragan si trasferì a Treviso, gli dissi: “Se non dimostri di essere un pallavolista migliore di me, non otterrai nulla in questo sport”. Un po’ stavo scherzando, e un po’ facevo una autocritica, ma ero sempre esigente con lui. Oggettivamente parlando, mio ​​figlio ha sicuramente ottenuto più risultati di me nella pallavolo come giocatore.”

Chiamato a metà di questa stagione dal Częstochowa, squadra in crisi di risultati, così come era accaduto con Piacenza nella scorsa stagione , e in quella 2023/2024 con Taranto, Travica scherza sul ruolo di ‘salvatore’ che la sua carriera ha preso negli ultimi anni.  “Ultimamente succede che quando una squadra grande e rinomata ha seri problemi sportivi, i presidenti mi chiamano. A febbraio di quest’anno, in circostanze simili, ho assunto la guida di Piacenza. Non so perché mi abbiano scelto, ma mi piace questo ruolo. Sto invecchiando, ma non ho paura delle grandi sfide. Sono un allenatore che crede soprattutto nel duro lavoro in allenamento e nel dialogo individuale con i giocatori. Credo che con questi due elementi si possa cambiare molto. Il lavoro è fondamentale. Bisogna assicurarsi che la partita diventi una copia dell’allenamento.”

L’intervista si conclude con una riflessione sul passato e sul futuro del volley. Oggi è uno sport completamente diverso. L’introduzione di un punto per ogni azione, non solo per il servizio, è stata un’ottima idea… E cosa non mi piace del gioco di oggi? Ho la sensazione che la tecnica stia venendo sostituita dalla forza. È tutta una questione di chi è più grosso e colpisce più forte, cosa che accade anche in altri sport. Ai miei tempi, la tecnica era la cosa più importante. Ed era bellissimo.”