Pallavolo LeNostreInterviste – Le tante vite azzurre di Ilaria Spirito
(Laerte Salvini per iVolleymagazine.it) Esserci. Anche quando non sei la prima scelta. Anche quando il treno per la Nazionale sembra definitivamente passato, a causa di un brutto infortunio che l’aveva fermata prima dei Giochi di Rio 2016. Perché le chance arrivano quando meno te le aspetti, e a volte arrivano dopo una stagione di altissimo livello: la sua Chieri, la fascia da capitano, la responsabilità di portare leadership e serenità dentro un gruppo. Ilaria Spirito due anni fa era parte del viaggio più iconico del volley italiano, quello del doppio oro tra Nations League e Olimpiadi. Nel 2025 è rimasta fuori. Oggi il capitolo è di nuovo aperto – si è riaperto proprio in VNL – e alla vigilia dell’Europeo per l’Italia c’è una certezza: nel momento del bisogno, su Ilaria Spirito si potrà contare. Insomma la campionessa
IL PERCORSO – La settimana in Polonia, racconta, è arrivata dopo giorni complicati: “Questa settimana è stata un po’ più difficile delle altre, visto l’infortunio di Loveth, che comunque un po’ ci ha colpito. È stato un brutto momento. Però in generale siamo arrivate bene, stiamo lavorando bene da settimane ormai, anche a Cavalese. E nonostante l’infortunio, anche da questa settimana qualcosa ci siamo portate via”.
Un’assenza pesante, quella di Omoruyi, fermata dalla rottura del crociato: uno di quei momenti che ridisegnano gli equilibri di un gruppo e spostano responsabilità sulle spalle di chi resta. Spirito, in queste situazioni, sa cosa deve fare.Sul percorso in Nations League, il giudizio è lucido: “Personalmente credo che sia stato un buon percorso, considerando che quattro di noi si sono aggregate dopo due mesi. La squadra ha reagito, ha fatto bene nelle prime due tappe, nonostante ci fossero anche alcune esordienti alle prime esperienze in VNL. Abbiamo preso un sacco di punti che poi ci sono tornati molto utili per la qualificazione alle Finals”. E lì, dice, la squadra ha fatto quello che poteva: “Con il Brasile hanno giocato oggettivamente meno di noi e comunque abbiamo perso tre punti al tie-break, quindi ce la siamo combattuta. Poi ci siamo riscattate il giorno dopo e abbiamo portato a casa una medaglia, che è sempre un’ottima cosa”.
Il bronzo, per una squadra abituata a vincere, poteva sembrare un passo falso. Lei la vede in un altro modo. “Io dico sempre che non sono io a dirlo, però non si può sempre vincere: bisogna anche accettare che le altre squadre crescano, che in alcuni frangenti giochino meglio di noi, e in altri giochiamo meglio noi. L’importante è riuscire a stare lì sempre, anche quando si gioca un po’ peggio. Con il Brasile ci siamo riuscite in parte, perché poi alla fine il tie-break l’hanno portato a casa loro. Però siamo arrivate terze al mondo cambiando praticamente squadra ogni settimana”. Quanto alla pressione di essere l’Italia, quella non se ne va: “Penso che la pressione ce l’avremo sempre, indossare questa maglia è una pressione di per sé. Ma come la vedo io è una pressione molto bella, e tutti siamo felici di averla”.
L’EUROPEO – Sull’appuntamento continentale, nessun proclama. “Vedo molto le cose step by step. L’Europeo è lungo: nel girone ci sono già cinque partite, e poi per arrivare fino in fondo ce ne sono altre quattro, se vogliamo arrivare al weekend delle semifinali. È sicuramente una cosa che ci farebbe molto piacere ed è un obiettivo, perché non possiamo nasconderci”. Il resto lo lascia al campo, e alla consapevolezza che il livello si è alzato ovunque: “Le squadre sono cresciute tanto, stanno crescendo e stanno giocando molto bene. La Turchia, per esempio, sta giocando una pallavolo molto bella, molto solida. La palla è rotonda, si può vincere e si può perdere: è chiaro che vogliamo vincere, ma credo che lo vogliano tutti”.
C’è un dettaglio che dice molto di come questo gruppo si stia costruendo. Le partite giocate dalle seconde linee, in VNL, non sono state un riempitivo: “Il fatto di aver giocato noi che giochiamo un po’ meno è stato molto utile per ritrovare il campo. Magari qualcuno non giocava una partita da un po’ di tempo, quindi era importante per essere sempre tutte pronte”.
1% – È qui che il discorso arriva al cuore. La convocazione, quest’anno, non era scontata: “L’anno scorso Julio mi aveva comunicato che aveva fatto altre scelte, anche anagrafiche, giustamente, aggiungerei io. Quindi anche quest’anno non me l’aspettavo, la chiamata”. E una volta arrivata, la risposta è stata quella di chi non ha bisogno di negoziare il proprio spazio. “Sono molto felice, conosco il mio ruolo, conosco quello che devo fare, sono a completa disposizione del coach. Non ho nessun problema a ricoprire questo ruolo, che è abbastanza diverso da quello che ricopro nel club: anche questo fa crescere”.
Il punto non è quanto si gioca. È cosa si lascia quando si entra. “Spero sempre di riuscire a dare anche l’1%: basta per far andare la squadra un po’ meglio. Provo sempre ad aggiungere quel qualcosino in più che magari fa cambiare un punto o fa girare un set, perché poi negli ingressi si tratta di minuti e magari di pochissimi palloni toccati. Cerco sempre di dare il meglio che posso. Ovviamente non è sempre possibile, siamo umani tutti, quindi ci sta anche l’errore. Però provo a portare anche entusiasmo e un po’ di sicurezza, visto che sono la più anziana”.
NON SUBIRE – C’è una frase di Velasco che le compagne si sono portate dietro da tutta la Nations League: soffrire sì, subire no. Spirito la traduce con la precisione di chi sta in seconda linea e vede la partita da lì. “In alcuni momenti anche noi abbiamo subito, però siamo state brave a scrollarcelo di dosso: nel momento in cui ci rendiamo conto che stiamo subendo, cerchiamo subito il modo per toglierci quella sensazione”.
E poi entra nel dettaglio: “Non vuol dire vincere. Vuol dire giocare senza lasciare il pallino del gioco in mano all’avversario, senza poter controllare nulla. Io la traduco come non pensare all’errore, andare subito alla palla dopo, sia che sia un errore in attacco, in ricezione, qualunque cosa. Questo non dà modo all’avversario di vederti soccombere: se continuassi a ragionare sull’errore, a bruciarti su quello che hai fatto, su cosa hai sbagliato di qua e di là, quel messaggio passerebbe dall’altra parte della rete e sarebbe un vantaggio per gli altri”.
I LIBRI DI JULIO – Il rapporto con Velasco passa anche da un regalo insolito: un libro per ciascuna, scelto uno per uno. A Spirito sono toccati i racconti di Julio Cortázar – le storie brevi e oblique dello scrittore argentino, dove il quotidiano scivola nel fantastico – e La festa del caprone di Mario Vargas Llosa, il romanzo sulla dittatura di Trujillo nella Repubblica Dominicana.
“Il regalo è stato super apprezzato, anche perché la maggior parte di noi legge già di per sé, siamo tendenti alla lettura, soprattutto in questi viaggi lunghissimi. I libri che ha scelto sono stati più o meno tutti libri che secondo lui erano giusti per noi. Io non ho mai letto niente dei due autori che mi ha dato, però l’ho visto molto entusiasta, perché tutti i libri che ci ha regalato li ha letti lui”. La lettura, per ora, è rimandata per ragioni molto pratiche: “Non li ho ancora iniziati perché i racconti sono un volume piuttosto ingombrante da portare in viaggio, e pesante. Anche su consiglio di Julio penso che lo terrò sul comodino e ne leggerò tre o quattro ogni tanto. Non avendo mai letto niente di nessuno dei due autori voglio capire se mi piacerà, se mi prenderà. Sicuramente proverò a leggerli, perché voglio capire come mai ha pensato a me per la scelta di questi titoli”.
CHIERI – In Piemonte, Spirito è un’altra giocatrice: titolare, riferimento, una delle atlete attorno a cui il club è cresciuto stagione dopo stagione. Due ruoli diversi, la stessa persona, e una convinzione: “Ogni anno che passo nel club, ogni anno che passa in generale, imparo qualcosa di nuovo e cresco sotto tanti punti di vista”. È da lì che nasce la naturalezza con cui accetta di fare, in azzurro, una cosa diversa. Chi ha portato per anni il peso di una squadra sa quanto conta anche chi quel peso lo alleggerisce per pochi minuti.
UN NUOVO INIZIO – Le si chiede se ci sia qualcosa che leghi questa stagione all’anno d’oro del 2024. La risposta è quasi un elenco di differenze. “Delle similitudini ti direi solo la convocazione inaspettata: sicuramente quella del 2024 molto di più, questa un pochino, però Julio mi conosceva, quindi da quel punto di vista è un po’ diverso. Altre similitudini ti direi di no: tolte le persone, che per la maggior parte sono sempre le stesse, il gruppo è nuovo, le dinamiche sono nuove. Questa cosa del riposo e del rientro di alcune giocatrici in corsa, e non dall’inizio, è una roba nuova”. Poi la frase che, più di tutte, spiega come sta dentro questo mestiere: “Credo che ogni anno, ogni estate sia diversa. E bisogna lavorare con quello che c’è”. Lavorare con quello che c’è. Anche quando quello che c’è sono pochi minuti, pochi palloni e un set da raddrizzare.

