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Pallavolo EuroVolleyW2026 – La lezione del Maestro Julio Velasco che l’Italia non vuole capire

(Saverio Albanese per iVolleymagazine.it) C’è una frase che da sola vale più di un manuale di pedagogia sportiva. L’ha pronunciata Julio Velasco dopo la sconfitta al tie–break contro la Turchia nella finale degli Europei: “L’Italia deve imparare a perdere”.
Il commissario tecnico dell’Italvolley femminile aveva appena conquistato un argento pesantissimo. In Italia, invece, lo si stava già raccontando come un mezzo fallimento. Velasco ha rifiutato questa narrazione. Ha ammesso gli errori, ha riconosciuto il merito delle avversarie, ma non ha mai messo in discussione il valore del percorso. La sua squadra non ha avuto paura, non ha smesso di lottare. Ha perso una partita, non ha fallito un progetto. È una distinzione fondamentale che in Italia facciamo fatica a comprendere.

Il limite più profondo della cultura sportiva italiana è proprio questo: quando si vince, tutto viene celebrato come infallibile; quando si perde, tutto viene rimesso in discussione. Non c’è via di mezzo.
Vale per i professionisti, dove chi vince diventa un modello intoccabile e chi perde deve trovare un colpevole, giustificarsi o azzerare tutto. Ma vale soprattutto alla base, nelle palestre dei nostri paesi, dalla Jonica di Siderno e Brancaleone, al capoluogo Catanzaro, passando per la Tirrenica di Palmi e Vibo Valentia, fino a Cosenza. Allenatori sotto processo, dirigenti che cambiano progetto ogni sei mesi, genitori che contestano le scelte tecniche perché il proprio figlio gioca poco. Questa ossessione per il verdetto finale impedisce di valutare ciò che conta davvero: la prestazione, la crescita, la qualità del lavoro quotidiano.

Confondiamo continuamente due concetti diversissimi: perdere una gara e aver fallito.
Il problema non nasce in Serie A. Nasce molto prima, nei settori giovanili. Bambini e adolescenti vengono schiacciati dalle aspettative degli adulti. Società dilettantistiche che inseguono il risultato immediato invece di costruire atleti, genitori che trasformano la domenica in un tribunale, ragazzi che misurano il loro valore solo dai minuti giocati. Così lo sport smette di essere ciò per cui è nato: una scuola di vita che insegna la fatica, la disciplina, il rispetto dei ruoli, l’attesa del proprio turno.
Diventa invece una continua richiesta di conferme. Eppure la sua funzione più preziosa dovrebbe essere un’altra: insegnare ad affrontare il limite, ad accettare una decisione che non ci piace, a stringere la mano all’avversario e a ripartire dopo una delusione.

Imparare a perdere, sia chiaro, non significa accontentarsi o giustificare la mediocrità. Significa l’esatto opposto. Significa avere il coraggio di analizzare gli errori senza trasformarli in alibi. Significa riconoscere che l’avversario è stato più bravo, senza cercare scuse. Significa conservare lucidità anche quando il risultato fa male. È la condizione necessaria per costruire vittorie durature, perché solo chi non viene distrutto dalla sconfitta può usarla per migliorare davvero.
L’idea tossica che il secondo classificato sia “il primo dei perdenti” non è ambizione. È l’incapacità di dare valore a tutto ciò che porta al podio: mesi di allenamento, sacrifici, crescita personale e di squadra.

Alla fine, la lezione di Velasco supera la pallavolo. Riguarda l’Italia intera. Siamo una società che pretende risultati immediati e fatica a riconoscere il valore dei processi, della competenza e della continuità. Vogliamo tutto e subito. Una vera cultura sportiva, invece, non celebra la sconfitta, ma sa darle il giusto significato. Non la rimuove, la studia.
Vincere resta l’obiettivo. Perdere resterà sempre una possibilità inevitabile. La differenza, quella vera, la fanno tre cose: il modo in cui si compete, ciò che si comprende dopo una caduta e, soprattutto, il coraggio di tornare in campo il giorno dopo, senza paura.