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Pallavolo LeNostreInterviste – Sofia Rebora: dopo il tempo delle ginocchia sbucciate e del sudore è pronta a sfidare la “vita normale”

(Laerte Salvini per iVolleymagazine.it) C’era un tempo di silenzi e sudore, di allenatori duri e ginocchia sbucciate. In quel volley è cresciuta Sofia Rebora, ligure di scogli e di grinta, una che il numero 15 se l’è cucito addosso come una pelle. Sofia è sostanza, è il muro che si alza quando l’aria scotta. Oggi, mentre il nastro della carriera si è avvolto per l’ultima volta, dopo tre anni a Busto, più di dieci tra A1 e soprattutto A2, la veterana di Mondovì, Roma e Busto si racconta senza sconti, pronta a sfidare la “vita normale” con la verità di chi ha dato tutto.

RADICI E PROGETTI – Il silenzio dopo l’ultimo pallone caduto è un rumore assordante. Per Sofia, questi sono i giorni della “metabolizzazione”, quel limbo sospeso tra l’atleta che è stata e la donna che sta diventando: “Sto ancora realizzando. Da un lato mi sembra una pausa estiva come tante, dall’altro so che il 7 agosto non arriverà quel messaggio sul gruppo squadra per la preparazione. È un mix di emozioni che girano in testa, mi servirà tempo per capire che il capitolo è chiuso davvero”. Nella pallavolo in cui si cambia maglia di stagione in stagione, la Rebora ha scelto la via della profondità. Mondovì, Roma, Busto: piazze sposate con la fedeltà di altri tempi. “Sono stata fortunata. Ho lasciato il cuore ovunque perché cercavo il contorno, le persone. Al di là degli obiettivi e delle promozioni, restavo perché stavo bene. Ho conosciuto persone meravigliose che mi hanno spinta a portare avanti i progetti per anni”.

L’ALCHIMIA DEL GRUPPO – Esistono vittorie figlie del talento e vittorie figlie dell’anima. Sofia ricorda l’anno del “Grande Slam” con la Roma Volley Club come il paradigma della perfezione collettiva: “A Roma, l’ultimo anno, è stato magico. C’era una coesione che sentivi sottopelle dal primo giorno, come se ci conoscessimo da sempre. Quando vinci con un gruppo così, te lo godi il doppio. Me lo porterò nella tomba quel ricordo”.

GENERAZIONI A CONFRONTO – Rebora ha attraversato tante stagioni. Lei, cresciuta a disciplina ferrea, nel volley che lascia vede incongruenze: “Il livello in A2 è alto, ma vedo le nuove generazioni un po’ fragili… anzi, no, forse un po’ supponenti. Manca la dedizione, la cattiveria, la gratitudine. Ai miei tempi se non riuscivi in qualcosa piangevi lacrime amare finché non imparavi. Oggi sembra tutto dovuto. Serve quella rigidità che ti forma il carattere”.

VIBRAZIONI – Cosa resta quando si spengono le luci? Rebora lo racconta così: “Il calore del pubblico è la mia vibrazione. Sentire il tifo che grida con te, l’abbraccio di chi ti guarda… mi faceva venire la pelle d’oca, specialmente in quelle piazze dove la pallavolo è resa speciale dal pubblico. Penso a Roma e Busto. Una colonna sonora per la mia carriera? Forse ‘Dillo alla Luna’ di Vasco. Sono una sua grande fan. Magari porta fortuna anche in questa nuova fase”.

IL DOMANI – La stagione alla Futura si è chiusa con l’orgoglio di chi ha raddrizzato un’annata difficile. Ora, la sfida più grande: la normalità. “Programmi futuri? Sistemo la testa e riposo. Poi farò come le persone normali: manderò il curriculum. Ho sempre e solo pensato al volley, non ho un piano B, ma ho le spalle abbastanza larghe per buttarmi. Il mio obiettivo? Costruire una famiglia, cercare una stabilità e, se Dio vuole, diventare mamma. È una nuova avventura, e ci vorrà ancora testa e cuore, ma credo di aver dimostrato di avere spalle larghe in questi anni”.