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Pallavolo LeNostreInterviste – Federico Fagiani, un italiano vincente in Giappone

(Laerte Salvini per iVolleymagazine.it) Federico Fagiani ha vinto ancora in Giappone. Prima la pallavolo romana, poi un giro per il mondo fatto di Spagna, Danimarca, tanto Giappone, quindi Verona con Stoytchev e poi di nuovo Giappone, da vice allenatore. Un sogno inseguito con metodo e capacità di analisi: tornare nella SV League. Fagiani c’è riuscito. Nel ruolo di assistente della Hokkaido Yellow Stars, guidata da Yuya Hamasaki, ha conquistato la promozione nel massimo campionato nipponico. Si arricchisce una bacheca che già comprende uno scudetto e due Coppe dell’Imperatore. La sua esperienza ci offre la strada migliore per capire i progressi del movimento nipponico e le analogie con il nostro paese.

IL RITRATTO DEL TEMPO – Le stagioni in Giappone non somigliano a quelle europee. Si gioca il sabato e la domenica contro la stessa squadra, due partite di fila, un ritmo che logora e insieme rivela. In questo format anomalo, Fagiani e i suoi hanno trovato la strada: “È stata una stagione lunga, come tutte le stagioni qui in Giappone. Abbiamo perso solo tre partite in tutta la regular season, ma poi ti ritrovi a giocarti tutto in una semifinale e una finale a botta secca. È un sistema che ti toglie un po’ delle certezze costruite nel tempo. Però siamo passati, e questo è quello che conta”.

L’OMBRA DEL PROGETTO – Esistono vittorie che valgono più di un trofeo, perché raccontano una storia. La promozione della Hokkaido non è arrivata per caso: è il frutto di una società che ha cambiato proprietà e ha scelto di investire con pazienza. Fagiani era lì dall’inizio di quella scommessa: “Dopo cinque anni con i Jtekt Stings di Nagoya sono tornato un anno a Verona, poi è arrivata l’offerta di questa squadra che aveva appena cambiato proprietà e aveva un progetto preciso: salire. Ci sono voluti due anni, meno di quanto pensassimo. La società ha investito con continuità, avevamo una squadra giovane ma con elementi di prima fascia. Adesso ci siamo, e la soddisfazione è doppia perché sappiamo cosa è costato arrivarci”.

GEOMETRIE D’ORIENTE – Cambiano le latitudini, cambiano le lingue, ma il campo ha sempre lo stesso rettangolo. Eppure il Giappone è un mondo a sé, e chi non lo sa lo capisce presto a proprie spese. Fagiani lo conosce bene e osserva con occhio lucido i cambiamenti in corso: “La SV League vuole espandersi, cercare sponsor, aumentare i fan, diventare un fenomeno mediatico. Hanno già siglato accordi con la Superlega italiana e con la Polonia. Ci riusciranno. Ma c’è un prezzo: con tre stranieri su sei in campo la prossima stagione, i giovani giapponesi trovano meno spazio. Alcuni scendono in A2, altri provano l’estero, ma non tutti hanno quella possibilità. Prevedo uno sviluppo ulteriore della SV League, ma anche un divario sempre più grande tra A1 e A2. In Italia l’A2 è forte, ci sono ottimi giocatori. Qui il gap è troppo ampio, e a lungo andare lo pagheranno”.

NUOVO METODO – Allenare in Giappone significa fare i conti con una cultura che cambia lentamente ma cambia davvero. Fagiani ricorda le sessioni di tre ore e mezza del 2018, la tecnica ripetuta all’infinito senza spiegarne il perché, il giocatore trattato come un robot. Adesso il panorama è diverso: “Con più allenatori e giocatori stranieri negli staff, la metodologia si è evoluta. Si spiega il perché degli esercizi, si allenano le situazioni di partita. Io sono sempre stato per questo approccio: capire, non solo ripetere. All’inizio uno porta quello che conosce, ma poi deve adattarsi alla squadra, al paese, alla lingua. In Giappone, se non capisci il contesto comunicativo, fai poca strada. Credevo che il cambiamento sarebbe stato molto graduale, invece con l’avvento della SV League è andato più veloce del previsto”.

BUSSOLA – Alla fine restano le persone che ti hanno formato. Stoytchev a Verona, Nishida e gli altri grandi giapponesi nei club, la nazionale giovanile italiana come palestra di umanità prima ancora che di tattica. Fagiani non dimentica nulla di tutto questo e non nasconde dove vorrebbe arrivare: “Ho imparato tantissimo da ognuno, dai giocatori prima ancora che dagli allenatori. Matey (Kazyiski ndr), Nishida, Sekita: nei momenti di pressione ti danno qualcosa che non si studia sui libri. E poi Stoytchev, da cui ho preso moltissimo. Mi piacerebbe tornare in SuperLega in Italia, è ancora uno dei palcoscenici più importanti al mondo. Ma per adesso ho firmato un altro anno qui a Hokkaido, il progetto continua e io ci credo. Si vive bene in Giappone, e non è solo una questione di campo. Quando arriverà il momento giusto, lo riconoscerò”.